L'anno prossimo a Varsavia

Una torcia si alza nel cielo grigio di dicembre. Imbacuccato in un cappottone nero, un berretto cacciato sulle orecchie, un braccio teso quasi fosse un atleta alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi, il rabbino Schudrich pronuncia a squarciagola le benedizioni per l’accensione della prima candela di hanoucca davanti al fabbricato bianco del Centro comunitario di Varsavia. di Olivier Guez
19 AGO 20
Immagine di L'anno prossimo a Varsavia
Una torcia si alza nel cielo grigio di dicembre. Imbacuccato in un cappottone nero, un berretto cacciato sulle orecchie, un braccio teso quasi fosse un atleta alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi, il rabbino Schudrich pronuncia a squarciagola le benedizioni per l’accensione della prima candela di hanoucca davanti al fabbricato bianco del Centro comunitario di Varsavia. Una muta di fotografi lo circonda, i flash crepitano, le telecamere riprendono la scena. Appena la cerimonia ha termine, alcuni reporter piombano su Piotr Kadlcik, presidente della comunità, robusto quarantenne dall’aria spaccona, amante delle arti marziali, al quale, malgrado abbia cominciato a nevicare, rivolgono stoicamente i loro microfoni. “La festa d’Hanoucca celebra il miracolo della boccetta d’olio che ha permesso ai sacerdoti del Tempio di far bruciare per otto giorni una quantità appena bastante per una giornata. La boccetta magica potrebbe essere il simbolo della comunità ebraica polacca: era sul punto di scomparire, e rinasce oggi dalle sue ceneri!”, dichiara loro, beffardo. Una primavera ebraica in Polonia, nel 2010? L’idea può sembrare grottesca in un paese dove i nazisti costruirono i campi di concentramento di Auschwitz e Treblinka e la cui reputazione antisemita è ancora tenace. Il XX secolo è stato micidiale per gli ebrei polacchi che, forti di più di 3 milioni e trecentomila anime alla vigilia della guerra, erano di gran lunga la più grande comunità ebraica d’Europa.
Sopravvissero solo in trecentomila, principalmente in Urss, ma il loro ritorno nel Dopoguerra fu dei più amari: ai pogrom della fine degli anni Quaranta fecero seguito le violente campagne antisemite del 1957 e soprattutto del 1968, che costrinsero la stragrande maggioranza dei sopravvissuti e dei loro figli a lasciare la patria ingrata. Sopravvisse solo qualche istituzione di facciata, sorvegliata e censurata, e una piccola comunità che invecchiava, in via d’estinzione. Fino alla caduta del regime comunista, il ricordo degli ebrei di Polonia era sprofondato nell’oblio.
Lo scrittore e giornalista Konstanty Gebert fu uno dei primi a ravvivarla a Varsavia. Figlio di ebrei comunisti integratisi, ha quindici anni nel 1968 quando, con sua grande sorpresa, si fa cacciare dal liceo a causa delle origini “sioniste”. “All’epoca, la sinagoga m’incuteva timore e non sapevo assolutamente nulla del giudaismo, salvo il fatto che essere ebreo mi sembrava una cosa cattiva e disonorevole. Gli ebrei che erano partiti, spesso, per salvarsi avevano venduto i loro libri. Questo fu una rivelazione: ho divorato quei vecchi libri, spesso traduzioni dallo yiddish, e anche se l’universo dello shtetl mi era estraneo, sentivo di comprendere i suoi personaggi, persone che la pensavano come me”. Con la militanza attiva in Solidarnosc, Gebert ritrova regolarmente qualche comparsa, ebrei dall’identità incerta e soffocata dopo la repressione del 1968. “Ci si metteva in cerchio, e ognuno raccontava la sua storia e i suoi traumi. Queste sedute furono catartiche”, racconta lisciandosi la barba e aspirando dalla pipa. Con la loro “università ebraica itinerante”, Gebert e i suoi amici attraversarono il paese, di nascosto, in quel periodo di stato d’assedio. Gebert si distingue ancor di più diventando un religioso: una scommessa nella Polonia comunista degli anni Ottanta. Nel suo appartamento, apre un asilo ebraico – “per quattro bambini, all’inizio, perché i genitori avevano paura” – e seppur male accolto dai vegliardi che ancora frequentano la sinagoga – “vai a caccia di guai, e li crei a noi”, gli dicevano – ne diventa un frequentatore abituale.
Vent’anni più tardi, Gebert pensa che il suo sogno sia divenuto realtà: “Sarebbe presuntuoso che ci considerassimo gli eredi della Yiddishkeit prebellica. E’ stato abbattuto un albero plurisecolare, ma da questo tronco morto spunta ora un piccolo fusto verde che trae nutrimento dalle stesse radici. Siamo noi quel piccolo fusto: è fragile, ma cresce. A Varsavia ci sono stati restituiti i nostri beni, abbiamo una scuola, istituzioni culturali e religiose, e da poco un’organizzazione di operatori economici. Possiamo mangiare kasher… Ciascuno ha le sue “tsoures” – le sue preoccupazioni – ma la vita ebraica si perpetuerà. Non c’è più nulla di eroico a essere ebrei nella Polonia di oggi. Abbiamo vinto perché la vita della nostra comunità è normale, quasi noiosa…”.
Chi non s’annoia affatto è Jan Spielberg. Studente di sociologia, organizzatore di serate, ha appena realizzato un documentario sulla vita ebraica prima della Seconda guerra mondiale ed è l’anima di Zoom, un’associazione che riunisce giovani ebrei a Varsavia. “Interveniamo nel dibattito pubblico per demolire certi cliché che sono sempre duri a morire. No, gli ebrei non erano degli accattoni, e non hanno nemmeno tradito la Polonia buttandosi tra le braccia di Stalin, nel 1939! Del resto, molti polacchi non hanno mai visto un ebreo nella loro vita. Organizziamo eventi culturali per ricordare loro che prima della guerra il 10 per cento della popolazione era ebreo, finanche un quarto o un terzo, nelle grandi città. E’ soprattutto a Est che la popolazione è ignorante, o peggio… A Varsavia, è diverso”, afferma Jan, presissimo da quello che fa, camicia Vichy e jeans skinny, nel baccano del Cafè Polityczna, l’ultimo locale alla moda della capitale, dov’è affisso all’ingresso un manifesto psichedelico per un “Hanoucca party”. Col suo inglese sparato a un ritmo da mitraglietta e le sue quattro parole di francese, Jan si troverebbe a suo agio a New York, o a Parigi. Ma è a Varsavia che vuole vivere. “Sono ebreo e polacco, polacco ed ebreo, non c’è alcuna contraddizione. La Polonia non finisce tutta ad Auschwitz. Del resto non ci sono mai andato, mi rifiuto di costruire la mia identità sull’Olocausto: qui c’è una cultura ebraica, e molti giovani si interessano alla cultura ebraica. Tutti sono cattolici in Polonia: allora essere ebrei, specie negli ambienti di sinistra a Varsavia, è estremamente cool, sei interessante, anche se sfortunatamente non ho mai rimorchiato una ragazza solo con questi argomenti!”.
I buontemponi di Zoom, di quando in quando, si ritrovano all’Obiekt, uno scantinato fumoso sotto la Galleria Nazionale d’Arte Contemporanea della capitale.
Questa sera, una graziosa brunetta di 22 anni troneggia in mezzo ai suoi compari, tra cui Jan, birra in mano e sigaretta in bocca. E’ Anna Bakula, presidentessa di Zoom. La sua storia è emblematica di un certo Rinascimento ebraico in Polonia. “Mio padre è ebreo, ma sono stata battezzata. Mi ha rivelato le mie origini solo quando avevo 17 anni. Non mi sono convertita, ma mi sento ebrea”, assicura. In questi ultimi anni, migliaia di polacchi hanno scoperto la loro ebraicità: talvolta, è una nonna morente che, prima di morire, confida a un nipote il pesante segreto che ha custodito per decenni; talvolta, è un vecchio album di fotografie ritrovato nel cantuccio di un granaio che svela la storia della famiglia. Certi la rifiutano; altri, incuriositi, vogliono saperne di più ma non sanno sempre a chi rivolgersi, specie nei borghi dell’Est dove non esiste alcuna istituzione ebraica all’infuori dei cimiteri. Negli anni Novanta era stata creata una “hotline” ebraica. Vi aveva fatto ricorso Malgorzata Lubinska, oggi presidente di Beit Warszawa, la comunità liberale di Varsavia: “Un giorno, ho visto un piccolo annuncio su un giornale. Ho esitato a lungo – allora, andavo ancora regolarmente in chiesa, sebbene qualche anno prima mia nonna mi avesse rivelato che era ebrea – e poi ho chiamato. Ho chiesto se potevano aiutarmi, perché non sapevo che fare di tutta questa storia”. Malgorzata, allora, partecipa a una terapia di gruppo che durerà due anni e che la libererà, anche lei. “Il contesto era diverso da quello di oggi, dove la parola ‘ebreo’ non è più tabù, e la cultura ebraica è di moda”.
Nessuno lo sa meglio di Jerzy Halbersztadt. Questo cinquantenne baffuto è il direttore del futuro museo ebraico di Varsavia, i cui lavori sono cominciati sulla piazza che già ospita il monumento commemorativo della ribellione nel ghetto di Varsavia, il memoriale davanti a cui Willy Brandt si era inginocchiato, prostrato, nel 1970, con gran scorno delle autorità comuniste. “In questi anni sono usciti film, documentari, decine di libri. Come a New York, se non di più!”, giura quest’uomo energico e appassionato che per lungo tempo ha lavorato al museo dell’olocausto di Washington. “La riscoperta della cultura ebraica accompagna la trasformazione democratica della Polonia”. Lo stato e la città di Varsavia partecipano in modo sostanziale alla realizzazione del nuovo museo, di cui si accollano i costi di costruzione per un totale di 35-40 milioni di euro, mentre i donatori privati, come la fondazione Evens di Parigi, si faranno carico dei fondi museali e degli impianti. “Il museo racconterà la storia pluricentenaria degli ebrei in Polonia, in particolare nella sua dimensione non assimilazionista, e affronterà anche le questioni più spinose, come l’ultranazionalismo degli anni Trenta, l’atteggiamento degli ebrei nei confronti del comunismo e quello dei polacchi nei loro riguardi durante il genocidio”. Dieci anni or sono “I carnefici della porta accanto”, un libro di Jan Gross, scosse la coscienza dei polacchi. L’accademico americano di origine polacca vi raccontava il martirio degli ebrei di Jedwabne, assassinati selvaggiamente dai vicini polacchi il 10 luglio 1941; dopo il massacro, si appropriarono della loro casa e ne rubarono i beni. Il crimine, attribuito a torto ma deliberatamente ai tedeschi, rimase ignoto all’opinione pubblica per oltre 60 anni. La sua rivelazione diede avvio a un immenso dibattito sui rapporti tra ebrei e polacchi, e in occasione del sessantesimo anniversario della tragedia il presidente Kwasniewski chiese perdono agli ebrei a nome della nazione polacca.
“E’ vero che l’atmosfera è cambiata dalla pubblicazione dei ‘Carnefici’. Il dramma di Jedwabne è citato in tutti i manuali scolastici, l’Istituto per la memoria nazionale lavora con l’istituto di storia ebraico per migliorare la formazione dei professori nell’insegnamento della Shoah. Ha anche avviato delle ricerche sui polacchi salvati dagli ebrei durante la guerra; fino a poco fa, nessuno osava parlarne. Il presidente Kaczynski è irreprensibile, e probabilmente ha fatto della Polonia il migliore alleato europeo di Israele”, spiega Helena Datner, sociologa ed ex presidente della comunità di Varsavia. Ciononostante, non sembra del tutto convinta di quel che dice. Perché borbotta, lancia continuamente sguardi ansiosi intorno a sé, come se i vicini di tavolo la stessero spiando? Dalla madre di Jan Spielberg emanano un malessere diffuso e una sicura malinconia.
“Helena non gliel’ha detto, ma suo padre aveva esaminato la tragedia di Jedwabne già negli anni Sessanta. Ma il suo lavoro fu censurato: non poté indicare chiaramente la colpevolezza degli abitanti della città. La generazione di Helena, che nel 1968 aveva 20 anni, sarà sempre ossessionata dal ‘nazional-comunismo’. Il romanzo nazionale della Polonia, Cristo delle nazioni perseguitato, cattolico e monoetnico, composto nel periodo tra le due guerre dall’estrema destra e orchestrato dai comunisti, continua ad avere ai giorni nostri numerosi adepti, tra cui ad esempio gli ascoltatori di radio Maria. La chiesa non ha mai fatto un vero ‘aggiornamento’: se alcuni preti sono aperti al dialogo, è anche vero però che alla cerimonia di Jedwabne non si è visto alcun rappresentante ufficiale della chiesa”, assicura Elzbieta Janicka, una pasionaria dell’antisemitismo. A Varsavia l’incrocio principale porta sempre il nome di Roman Dmowski, politico ultra nazionalista e antisemita feroce. “L’anno scorso, alla scuola di cinema di Lodz, avevo mostrato ai miei studenti l’opera di Wojciech Wilczyk, che fotografava vecchie sinagoghe trasformate in caserme dei vigili del fuoco o in succursali di banche… Nessuno aveva commenti da fare, tranne una studentessa che se ne uscì con spropositi mostruosi. E dopo quell’uscita i suoi compagni se n’erano rimasti quatti”.
Lublino fu un tempo capitale dell’ortodossia ebraica, bastione dell’hassidismo dove si distinse il celebre rabbino visionario Yaakob Yitzhak, di cui Martin Buber fece l’eroe di Gog e Magog. Ai piedi del castello si estendeva la città ebraica, dove vivevano quarantamila persone prima della guerra. Oggi restano solo una cinquantina scarsa di ebrei, tra cui Roman Litman, gracile settantenne che sovrintende al destino della comunità. E’ molto fiero di far visitare la yeshiva Chachmei, sontuosa costruzione del 1930 intonacata di fresco e da poco restituitagli dalla città. E però Litman non sa che farne: la sua grande sinagoga dall’elegante colonnato non è mai stata usata dalla piccola comunità, sprovvista com’è di un rabbino permanente: da lustri ormai a Lublino non si celebrano bar mitzva né matrimoni ebraici.
Se migliaia di polacchi scoprono di avere radici ebraiche, la presenza di ebrei in Polonia rimane marginale: sarebbero ottomila le persone che fanno parte di una comunità, e quindicimila, forse ventimila quelle ad esse vicine, in un paese di oltre 38 milioni di abitanti. E’ un vuoto – che potrebbe essere ben rappresentato dall’antica collocazione della città ebraica di Lublin, rasa al suolo dai nazisti e trasformata in un parcheggio con parco per bambini – che alcuni polacchi stanno cercando di colmare. Qualcuno cede al kitsch, come il ristorante Mandragora di Lublin, dove un’inserviente accoglie gli ospiti con un vivace “shalom”, proponendo loro di assaggiare il pollo Ezechiele o la zuppa Gerusalemme. Altri, più seri, come i membri del teatro NN, fanno un’incredibile opera di ricostruzione, raccogliendo testimonianze, foto e documenti della vita ebraica locale prima della catastrofe. A Cracovia, nel vecchio quartiere ebraico di Kasimierz, si svolge il più grande festival di cultura ebraica al mondo, dove ogni estate si accalcano oltre trentamila persone. “Questo festival musicale è la mia vita”, racconta il direttore Janusz Makuch, 49 anni, un affabile barbuto i cui occhi brillano di una luce strana. “In questa città che fu una grande città multiculturale, rende omaggio ai vecchi abitanti di Kazimierz, a tutti gli ebrei di Polonia il cui assassinio ha rappresentato un dramma immenso per il nostro paese. Come polacco ho la responsabilità, il dovere, di trasmettere questa cultura e di fare tornare a Cracovia artisti ebrei dal mondo intero, anche se solo per la durata di un festival. Qui c’è qualcosa nell’aria, qualcosa di molto speciale radicato nella terra, che sento nel mio intimo più profondo”. Davanti a una serie di ritratti di tsadik che ornano un muro del suo ufficio, Makuch il traghettatore, assaporando un caffè profumato al cardamomo recentemente portato da Gerusalemme, cita i versi del talmud e ricorda i benefici dell’integrazione europea, in particolare per le nuove generazioni: “In questo paese ‘antisemita’ sta succedendo qualcosa”, dice con un sorriso. Il newyorkese Jonathan Ornstein, direttore del centro ebraico di Cracovia, l’artista norvegese Bente Kahan, che ha creato una sua fondazione culturale a Wroclaw e raccolto i fondi per restaurare la sinagoga della città, il rabbino liberale americano Schuman della comunità Beith Warszawa ne sono convinti.
Tutti investono energie enormi per dare nuovo vigore a quel piccolo fusto verde di cui parlava Gebert. A tutti spiace che la stragrande maggioranza dei turisti ebrei vada solo ad Auschwitz. “Significa insultare gli ebrei che vivono qui e gli sforzi di tanti polacchi”, si lamenta Ornstein. Auschwitz? Boaz Pash, il rabbino israeliano di Cracovia, non voleva andarci. Più di un anno dopo il suo arrivo vi fu costretto, invitato dalla chiesa cattolica. La notte seguente non riuscì a chiudere occhio, ossessionato dal luogo dove aveva la sensazione di calpestare cadaveri mai sepolti. Oggi tenta di non pensare più al passato, non è venuto per questo. E nonostante le reticenze iniziali, malgrado l’assenza della famiglia, crede che resterà a lungo a Cracovia e in Polonia. “Amo questo posto e le persone di questa comunità”, dice pensieroso.
di Olivier Guez
(traduzione di Elia Rigolio)